Archive for the 'PASStyle Magazine – Verona' Category

Mods, rockers, hippies. E il tuo prof.

9 aprile, 2008

Torna la posta dei lettori su stili, tendenze e gossip più ricercata. Dalla polizia.

“L’altra volta hai parlato di revival. Pure la volta prima. Anche l’altra. Invece, a proposito di revival, che ci dici degli anni ’60?

Hai capito che non parlo proprio mai di revival. Tuttavia non mi dai molte coordinate e mica basta un articoletto per un’analisi modaiola nel decennio forse più creativo del Novecento. Ti propongo un calderone di must, per quanto possibile. Come premessa segniamoci questa: negli anni ’60 succede una cosa alquanto unica, la moda e il costume divengono un prodotto politico-culturale, arrivano le cosiddette “nuove generazioni” che devono differenziarsi dai modi delle generazioni precedenti, assumendo comportanti che contaminano ogni aspetto della vita, non da ultimo i codici vestiari. Tra l’Europa e l’America si vede davvero di tutto, nascono cose delle quali mica ci siamo sbarazzati, ma principalmente ricordiamo: i mod, figli dei fiori e/o hippies, i rockers, e tanti altri. Perchè prima di tutto, i Sessanta sono gli anni della rivoluzione pop, e nei Settanta pop era il mondo in cui si viveva.

I figli dei fiori erano assurdi, indossano stili disparati, portano i capelli lunghi, fanno esplodere i colori e li accoppiano senza alcuna logica, idem con i materiali (Mick Jagger indossa il vinile, se gli capita). hippies

Agli hippies piacciono le mise etniche, le bandane, le collane, le giacche in camoscio, i jeans a zampa. Spesso a loro aggrada anche il capello unto e il sudore in genere, tendenza che faccio notare resiste fino ad oggi.

Arriva la minigonna, per l’occorrenza tagliata fino al gluteo (tutta questione di comodità all’interno del concetto di “amore libero”). Sempre in quella zona, si portano gli hot pants, non più semplici shorts: mia nonna, con la tipica delicatezza che un’arzilla usa ad un nipote, mi disse che gli shorts erano corti, mentre con gli hot pants si rischiava di vedere la spirale. Il nonno apprezzava. Una delle linea guida dice: stretto, meglio se strettissimo. Tutto una taglia meno. Twiggy è il prototipo di donna magra, capelli corti, poco seno, slanciata, scarpe basse con tacco. Alla Edie Sedgwick, per intenderci.

Gonne e hot pants a parte, l’uomo non veste diversamente, la moda si fece più che mai unisex. Ricordiamo però il mocassino nelle tonalità del marrone caldo, i beatle boots in pelle (che spopolarono pure in Italia), Beatle Boots

le giacche fustagnate degli intellettuali, il blue jeans alla James Dean (retaggio anni ’50), anche questi strettissimi e a vita piuttosto bassa, perchè devono dare risalto al pacco. Altra novità dell’epoca, come sottolinea Andy Warhol in Popism, è la moda optical, le camicie a quadri, le gonne con disegni geometrici, magari a scacchi bianchi e neri.

I mod o modernists sono un capitolo a parte: prendono a modello il vestiario perfettino del collegiale americano, con giacche a tre bottoni, camicie sempre chiuse da cravatta, i revers stretti, mocassini o Clarks o brogues per i ragazzi (da noi dovrebbero essere più conosciute come trickers), all’occorrenza un gilet laminato con camicia a colletto tondo; scarpe senza tacco per le ragazze, poco truccate e con le gonne più lunghe. Nell’immaginario il mod inglese ha il taglio a caschetto, guida una vespa o una lambretta, ascolta Beatles e Who, guarda “Ready, Steady, Go!”, la polo con il maglione oppure quelle mitiche cravatte sottili. A volte fin troppo sottili, e quando si esagera, si esagera. Come soprabito indosserà per sempre il parka, non è dato sapere se ogni tanto lo lavi.

Ma è soprattutto la tensione verso un ideale di sobria eleganza e finezza estetica a distinguerli, in questo senso la moda dell’abito nero con cravattina nera e camicia bianca è decisamente mod. mod

Mod e rockers non si tenevano in grande considerazione. Anzi, all’occorrenza s’ammazzavano letteralmente. Se gli uni ascoltavano più i Beatles, gli altri ascoltavano più i Rollings Stones, ma il problema ovviamente andava ben al di là del gusto musicale. I rockers vengono prima, dagli States (in Inghilterra diventano teddy boys o teds), stanno sempre in nero come dei becchini, portano giubbotti borchiati, stivali, fazzoletto al collo. Immaginate tanti cloni di Marlon Brando ne Il Selvaggio. In caso, immaginate tanti cloni del “pellato” dei Village People, che va bene lo stesso. Ma occhio, non si tratta di emuli di Grease.

E tante, tante altre cose: aggiungiamoci le nascenti fissazioni futuristiche che producono abiti dall’appeal spaziale, moda surfer, moda yè-yè, abiti metallici a dischi di Paco Rabanne.

“Parlando di Università di Verona, te la senti di esprimerti sul look medio dei nostri docenti?”

Sì, me la sento: quale look?

Per altre domande scrivete a pass.vr@libero.it

Armani, Bruni, Sarkozy

29 febbraio, 2008

Torna la posta dei lettori su stili, tendenze e gossip più ricercata. Dalla polizia.

“Recentemente si è parlato di certe regole di stile di Armani, sai dirmi di più?”

Ovviamente sì, specie dopo aver googlato. Scherzi a parte, ti stai riferendo ad una boutade che risale a novembre, quando il Times intervista Giorgio Armani che per l’occasione se ne esce con una serie di regole sul “ben vestirsi”, finendo per declinare un vero e proprio codice di stile per essere sempre eleganti. Te la faccio breve, Armani in prmis suggerisce di: non risparmiare sulle scarpe e di indossare sempre giacche ben tagliate (in caso di necessità, andare sul sartoriale), rispettati questi due dettami, il resto è un gioco da ragazzi. Per quanto riguarda i colori, puntare su nero e blu (che pare snelliscano), anche grigio ed evitare le tinte forti. La combinazione perfetta per non sfigurare è ovviamente l’abito scuro con cravatta scura e camicia bianca. Praticamente cose risapute dai primi del Novecento, grazie…

Già che siamo in tema, ti racconto un aneddoto: succede qualche mese fa che una giornalista di moda del NY Times stronchi un pantalone di Armani, il quale non la fa entrare alla sua sfilata. Ed è subito bagarre sul diritto d’informazione, ecc. Informare? Informare cosa? Bella questa, qualcuno si è messo in testa che quello della moda sia giornalismo, ma per favore! Dico due cose: i giornali di moda non fanno giornalismo, fanno pubblicità o meglio propaganda, l’accondiscendenza/vassallaggio nei confronti delle maison (inserzionisti) è quasi totale; in secondo luogo se Armani vuole lasciare a piedi Tizio, Caio, Sempronio lo può fare benissimo, perchè è la sua sfilata e perchè mica è colpa sua se la stampa del settore lo ha convinto di essere il sovrano (“Re Giorgio” è appellativo frequente).

Una cosa è sicura: chi avrebbe mai detto che sotto la sua maglietta aderente non nascondesse una pancia di dimensioni ipertrofiche? Io mai! E invece…

Giorgio Armani
Armani su JustJared

73 anni e non dimostrarli. Pelle gratinata a parte.

“Cosa ne pensi del look della coppia Sarkozy-Bruni? Lei è sempre una gran bella donna, lui insomma…”

Ti ricordo che stai parlando del marito della first lady di Francia, diamine. Dicevamo, quella gran gnocca di Carla (pron. Carlà) è di un altro livello, non ce n’è: è elegante, ha molto gusto, ha il portamento della modella, è modella. Come desiderare di più? Piace anche molto ai francesi, il che la dice lunga. Del resto se non è lei, è la Bellucci, i francesi due cose fanno.
Lui è un nano, più vecchio, più brutto evidentemente, ca va sans dire. Li guardo, e credo non c’azzecchino molto. Ma è una critica sin troppo diffusa, per spiegarmi ti offro questo dettaglio:

Carla Bruni
Sarkozy e Carla Bruni su Wittgenstein.it

Sobria eleganza nera per lei, cadenza ascellare-fantozziana per lui. Il quale non brilla nemmeno nelle restanti apparizioni pubbliche, con quegli abiti tagliati piuttosto male, dai colori abbastanza spenti (non semplicemente scuri), le cravatte così così. Praticamente veste come un qualsiasi politico italiano. Pensaci, hai mai visto un politico italiano vestito bene? Ma va la’!

C’è però altro che mi piace del Sarkò: fa della sovraesposizione mediatica una filosofia. Se torniamo indietro di qualche decennio, cogliamo il valore profetico di certe parole del grande Barthez: nei decenni a venire vita privata e vita pubblica tenderanno a giustapporsi sempre più. In Francia ora è cosa, tutti sanno i fatti del presidente, presidente Sarkozy e Nikolas Sarkozy “privato cittadino” sono la medesima persona, non c’è scissione. C’è poi chi maligna che quella del matrimonio sia stata una trovata commerciale per risollevare la carriera di lei e l’immagine pubblica di lui. Lei è tornata sulla cresta, in effetti. Anche lui ci sta guadagnando: ad oggi nei sondaggi è il presidente meno amato di sempre.

Per altre domande scrivete a pass.vr@libero.it

Tra vite, lapi e neo-gentlemen

21 ottobre, 2007

A richiesta(?) torna la posta dei lettori della rubrica di PASS più ricercata. Dalla Polizia.

Ciao,
sul numero di ottobre ho letto il tuo articolo che segnalava un’inversione di tendenza nel rapporto dei cm in vita per i pantaloni di noi Frinzi Girls, precisamente ci indicavi la via verso la vita alta. Devo ammettere che in un primo momento io e la Patty, mia eterna compagna di studio nonché di playlist dell’iPod, ce la siamo vista brutta, cioé. Dopo la canzone di Justin Timberlake e sempre fisse a pag. 1 del nostro manuale, abbiamo tuttavia tirato un sospiro di sollievo: furbacchione, c’hai provato a tirarci lo scherzo dell’anno, ma noi mica molliamo la vita bassa così, non è possibile, ti pare?
Con immuatata stima,
Clotilde

Clo’, la tua acuta diagnosi mi lusinga: hai colto due piccioni con una fava, capendo al contempo che questa rubrica serve più ai lustrascarpe che ad altri e smascherando le mie boutades sulla vita alta. Ve l’ho voluta fare e c’ero quasi riuscito, da qui infatti un decremento del 7% nelle iscrizioni a Scienze della Comunicazione. A dirla tutta la mia era una mezza verità, ho veicolato la parte che mi interessava, un po’ come fanno le streghe di Macbeth. Da un lato infatti la vita alta resterà certamente utopia, dall’altro tieni presente – ed è innegabile – che a certi stilisti la fissa per la vita alta è tornata e ciò da almeno due stagioni. Ma una fissa resta una fissa, i motivi che ne trattengono l’effettivo sdoganamento sono principalmente due: a) si dice che la vita alta proposta e riproposta alle sfilate non fosse altro che una rimanenza di magazzino b) nella pratica quotidiana non è la vita ad alzarsi, ma sono i maglioni ad abbassarsi!
Continua a seguirmi e cerca di iniziare pag. 2. A pag. 5 dovresti trovare l’inizio del primo capitolo. Ce la puoi fare, anche con la vita bassa.

“Ciao,
cosa ne pensi della scelta di Vogue di nominare Lapo il più figo?”

Penso che non sia il più figo, è uno scandalo? Ad esempio preferisco Johnny Depp e Jude Law, anche il sottoscritto. Ti stai riferendo all’edizione americana di Vogue, la quale ha esattamente definito Lapo Elkann “the best dressed man in the Free World”, insomma lo ha legato ad un moderno ideale di eleganza maschile.

Lapo Elkann
foto di Mario Testino, Vogue USA

Ho sempre nutrito una certa simpatia per il nipote dell’avvocato o meglio trovo che Lapo induca simpatia. Nel caso di certe interviste, persino compassione. Tornando alla tua domanda, a mio avviso il rampollo si veste secondo uno stile personale e piuttosto creativo, fa sfoggio di abiti sartoriali (alcuni disegnati da lui medesimo, altri ereditati dall’intero guardaroba di nonno Gianni), osa sui colori e sugli abbinamenti, ha inoltre un’ottima “cultura” di mode e stili. In qualche modo evidentemente piace, insomma non arrivi sulla top list di Vogue America aggratis. Ecco che essere un Agnelli, aiuta.
Tuttavia, come spesso capita con gli eccentrici sperimentatori, è anche il primo a cadere vittima delle cosiddette cadute di stile, ad esempio certe cravatte sono da brividi.

Se ti hanno già fatto la domanda su Lapo, mi gioco il jolly: perchè parli sempre di gnocche e non proponi qualche consiglio a noi boys?

Forse perché ognuno ha le proprie preferenze? Qualcosa comunque ti posso dire. Di recente, diciamo dall’ultimo Pitti Uomo di Firenze, pare che l’uomo abbia riscoperto la via dell’eleganza. A proposito si è parlato di neo-gentleman o neo-dandy. Per farla breve, tutto ciò si traduce in alcuni precetti: pochi eccessi, meno volgarità e più sobrietà, eleganza dei bei tempi, meno jeans e più tessuti e abiti di qualità. In tema di sobrietà, una ricerca di Future Concept Lab indica un no forte alla biancheria a vista e al gioiello vistoso; gli intervistati indicano come must del caso l’abito sartoriale, ma si fa strada anche l’estetica dell’accessorio, specie fazzoletti da taschino e guanti (per sfidare il vicino di banco rumoroso porgendogli uno schiaffo di guanto). Questo è quanto si è potuto osservare, si veda la collezione Scervino.

ermanno scervino
Ermanno Scervino PE 08

Nell’immediato, pensi di fartene qualcosa? Bene, ora hai capito perchè parlo di gnocca.

Per altre domande scrivete a pass.vr@libero.it

Su con la vita!

26 settembre, 2007

Su con la vita!

Di questo ritorno alla vita alta si scorgevano i primi passi a partire da un momento imprecisato dell’anno scorso, ma non attecchì del tutto. Dove per vita alta intendo pantaloni e gonne a vita alta, non il ritiro a vita stabile presso un immobile in montagna.

vita alta

© Chanel

Naturalmente ogni rivoluzione richiede i propri tempi. Non fanno eccezione tutti i casi di virate decise del sistema moda che verranno spesso e volentieri interpretate quali dictat fashion-politici. L’andamento di simili “rivoluzionarie” tendenze di moda si lascia prescrivere inoltre a ritmi sinusoidali: ora vita alta, ora vita bassa, ora vita bassissima, ora vita bassa, ora vita alta, vita altissima, vita con bottoni al naso, bottoni in testa, ora un enorme avvolgente pantalone-profilattico quindi di nuovo giù. Qualcosa s’era già visto nelle recenti collezioni primavera-estate, ad esempio con Lagerfeld per Chanel, sotto la spinta dell’ennesimo revival anni ’80. Ho ora avuto modo di assistere ad alcune sfilate di questa recente settimana della moda femminile a Milano (le foto invece si riferiscono ai mesi scorsi). Parlo soprattutto ma non solo a voi, donne, shopaholic di lunga data: qualcuno dall’alto ha deciso che la vita bassa non piace più. Ebbene sì, e ne gioiamo. Voi, piangete e strappatevi le extensions. Questa, care Frinzi girls, mi rendo conto è la brutta notizia. Quella bella è in arrivo, ma gioco di suspense. Serriamo prima il focus sul dettaglio “vita alta”: che dire, se non che si tratta di un evidente aumento dei cm in vita ovvero di un allungamento della misura verticale del pantalone (o della gonna o degli shorts) a far capo anzitutto dalla vita, in modo da arrivare con nonchalance all’ombelico? Ecco, abbiamo osato definire l’inaudito: alzare, coprire, nascondere. Personalmente non ho mai trovato particolarmente azzeccata la scelta del pantalone a vita bassa, specie bassissima, spesso e volentieri contornato da quell’effetto decisamente kitsch noto come “perizoma party”. Il capo a vita alta invece slancia la silhouette, la esalta, aiuta pure a contenere le macerie (pantaloni per donne furbe?) quindi definisce meglio le curve. L’effetto ottico è immediato: 1) pantalone più lungo uguale gambe più lunghe; 2) niente cuscinetti nè string che escono sorridendo e recandosi al bar in vostra vece. Sensualissime potenzialità.

Fra le dive del passato, in questo caso occorre citare Marlene Dietrich, probabilmente effettiva inventrice di questo stile. Marlene inoltre non trascurava le bretelle, il tocco maschile che aggiunge la giusta androginia.

pantaloni vita alta
©  Dsquared2

Ma occhio: curve e silhouette ottimizzate chiaramente non sono indice certo di femminilità, o almeno invito a diffidare dalle riviste che le spacciano così. Una mano in più con questo look la sa dare l’armoniosa abbinata portamento e camminata.
Ancora occhio: c’è vita alta e vita alta. Quella che supera in maniera convinta l’ombelico, non è il massimo, meglio non esagerare.

La buona notizia? Partiamo dal presupposto che vi è una netta differita tra tempi della passerella e tempi di acquisizione del fenomeno. Diciamo che in genere il lancio di una nuova tendenza viene digerito nell’arco di un anno, un anno e mezzo, talvolta due. Dipende da… non saprei, forse da quanto era radicata e stabile (quindi resistente alle influenze) la tendenza precedente. Dal momento che la vita bassa ha tuttora una posizione largamente dominante, le ragazze italiane ci metteranno almeno un anno a digerire la venuta della vita alta. Verona, non proprio vispa e ricettiva sotto questo profilo, saprà impiegarci “qualcosina” di più, alcuni bookmakers parlano del 2019.
Ecco la buona notizia: Frinzi girls, non temete! Potrete fare ancora lungamente sfoggio dell’ombelico, del simpatico tessuto esuberante, crogiolarvi negli amati cuscinetti e smutandarvi. Come colpirci dritti al cuore…

Slim e skinny per quanto?

30 maggio, 2007

Slim e skinny per quanto?

Questo mese parliamo di tendenze di moda femminile. Ho fatto un po’ di indagini in rete e scoperto che, ancora una volta, il fenomeno della moda, che altro non è che il fenomeno contemporaneo del costante rinnovamento, della sfrenata corsa al cambiamento, ha superato se stesso. Come sempre prendo in considerazione un caso concreto: parliamo di moda slim e di skinny jeans. In principio fu Kate Moss, ma prima una breve cronistoria.
Chi si è recato a Londra negli ultimi due anni (dico Londra perché nella fattispecie il fenomeno è partito anzitutto lì), avrà notato che è buona norma per le ragazze del luogo, dalle teenagers sino alle leve più mature, indossare una moda slim. Si tratta, in poche parole, della moda che fascia, aderisce, avvolge il corpo di chi l’indossa. Del resto slim = snello, magro. Diciamo slim e pensiamo a leggings e fuseaux, a bermuda aderenti, a collant decisamente scuri, a gambe nude con calze sino alle ginocchia (se non parigine vere e proprie). Non solo anni ’80, si pesca molto anche dalla moda anni ’50, ad esempio si riprendono i classici pantaloni a sigaretta scusi, le ballerine con indosso una maglia lunga aderente. I diktat della moda femminile non solo sono decisamente più evoluti dei corrispettivi maschili, ma altrettanto più divertenti: arriva il 2006 e il gran consiglio degli stilisti decide che va la moda slim. Tempo sei mesi e diventano tutte Audrey Hepburn.

moda slim fashion
(foto da VeryCool.it)

Ai più sarà ormai ben noto questo stile, siamo pur sempre globalizzati e qualche tempo fa anche in Italia, anzitutto sui nastri di partenza milanesi, ha preso piede lo slim style, sdonagato con all’incirca un anno di ritardo. A sentire gli stilisti, si tratterebbe di uno stile pensato per le più magre. In pratica, collant e fuseaux possono essere indossati anche dai bisonti, quindi non vedo il problema.
Se slim è attillato, lo skinny jeans rappresenta l’estremismo denim della moda slim. La radice di skinny (skin) è pelle, quindi = smilzo, gracile. Gli skinny jeans sono attillati oltre ogni misura, non solo fasciano ma stringono ogni cm, tanto da risultare una seconda pelle. Ho detto che in principio fu Kate Moss: una leggenda del fashion media system vuole che sia stata lei a portarli per prima un pomeriggio dell’autunno 2005, blu scuri o addirittura opachi, quasi neri. In spensieratezza, tra un “pista” e l’altra.

kate moss skinny jeans

Tempo poche settimane e troviamo già le prime “sceme” ad imitarla: seguono Victoria Beckham, Elle MacPherson e altre. Da qui il passo a sopra è breve: per le nuove collezioni autunno-inverno 2006, il sistema della moda (gli stilisti e i loro team di fashion hunters) entra in azione e legittima verso l’alto uno stile pescato dal basso, in strada per così dire. C’è poi chi esagerò declinando i super-skinny jeans ma commercialmente sono stati un flop perché nessuna riuscì ad infilarvisi.
Arriviamo infine al quid. Conosco ragazze che si sono fatte un mazzo tanto per adeguare il guardaroba alla tendenza slim e skinny ma… la moda è diabolica e se già a settembre 2006 la stessa Kate Moss ha deciso per un repentino cambio della guardia (dallo skinny jeans al jeans largo o boot cut)

kate moss jeans larghi
(Kate Moss a destra con jeans Chloè a lavaggio chiaro Photo: Arnaldo Magnani/Getty; Daniel Deme/WENN)

si potrebbe ritenere che le cose si possano ripetere e che lo skinny jeans abbia i mesi contati. Da una prima occhiata alle nuove collezioni autunno-inverno, il fenomeno in effetti pare in calo. A dicembre 2006 su People c’era già chi scriveva che “Skinny jeans are already over” perché, ancora una volta, qualche starlette aveva preso ad imitare Kate, aveva insomma già letto la prossima inversione di tendenza portando pantaloni dal taglio più largo, più morbido, sicuramente non attillato.

skinny jeans larghi
(Nicole Richie, Paris Hilton, Rachel Bilson. Photo: Brandi Pettijohn/FilmMagic; INF; Chris Wolf/Flynet)

Perché poi si debba dar retta al gusto di una Paris Hilton o di una Summer di O.C., non saprei davvero spiegarmelo.

PASStyle by Streetchic on Pass Magazine n°2 – Università Verona

1 maggio, 2007

This is our contribute for the second number of Pass.
Do you still remember that Streetchic.wordpress.com publishes some of its photos (including capture) on PASStyle, the style review forecast of “PASS – giornalino/magazine dell’università di Verona”? Click on the photo to enlarge.

pass giornalino università verona

PASStyle

14 marzo, 2007

Alla genesi del mio cappello introduttivo una tantum colloco il dictat redazionale “Perchè in fondo ogni giornale dal target giovane che si rispetti non poteva non dotarsi di una rubrica di costume”. Di moda, nello specifico. Di moda applicata, mi si perdoni il radicalismo. Rotte già tracciate da illustri predecessori che pure il neonato PASS ha deciso di sondare affidando al sottoscritto la curatela di questa rubrica. Nome originalissimo in codice: PASStyle. In modo tale che, vorrà il Fato, mensilmente ci cureremo di look and style tout court, dallo street chic del vicino di casa allo shocking glam di certo starsystem. Con tutta la spassosa terminologia anglofona del caso, yeah.

Da un rapido benchmarking, emerge che nell’affollatissimo settore dei magazines universitari a fare la parte del leone tra le rubriche di moda sia a mio avviso quella del mensile Campus, per mano di tale Marco Cortesi. Bene, applicando sin da subito uno dei concetti chiave del sistema stesso della moda, ovvero la differenziazione, preciso che non utilizzerò la linea dell’articoletto circa “come vestono i giovani”. Scelta non del tutto affrancata da una esile verve polemica. 
A differenza del Cortesi, cercherò piuttosto di dare un umile seguito alla nuova scuola dei fashion hunters o trend setters, che dir si voglia: questa rubrica recherà sempre impressa una qualche sorta di accompagnamento fotografico a condimento dei pipponi (volutamente sarcastici) circa cosa possa ritenersi “in” e circa cosa possa ritenersi “out”. Foto a cavallo tra il serio, il semiserio, il comico e il grotteso, scattate dal sottoscritto o recuperate da indagini internettiane. Con l’aggiunta di leggeri quanto innocui colpi di fioretto qua e là.

Ho scelto infine di affiancare alla pubblicazione cartacea quella digitale: ecco che su https://streetchic.wordpress.com avrete modo di dire la vostra.


giornalino universitario

OUT
Quella specie di plaid copre quella specie di abito, ma nulla copre quella specie di scarpa: in effetti la ballerina bianca con lacci gialli è proprio da evitare. Palette cromatica per vere malvestite: bianco, giallo dorato, beige, nero. Le labbra sembrano parlare chiaro: “Mh… fatto ‘na cagata”.

giornalino universitario
OUT
A proposito di trading up: fa ottima mostra di sé una bella D&G belt. Del resto quel capo spalla, salvo tu sia Della Valle o De Sica, meglio lasciarlo perdere. E giudicando dalla collana modello “vu cumprà”, non sei alcuno dei due. Il buddha, invece, ha classe.

giornalino universitario
OUT
Questi due hanno sentito che un giorno nel futuro tutti ci potremmo vestire così. Nel futuro, avete capito? Troppo avanti, forse.
 

giornalino universitario
DON’T
Come scelta stilistica, diciamolo chiaramente, i numeri sono assolutamente da evitare. Questo capo, tuttavia, si rivela utilissimo per ricordare alla vostra ragazza che numero è della lista.

giornalino universitario
OUT
Mise plastica ineccepibile, per carità; peraltro 100% impermeabile. No way invece per il calzino: azzurro, basso, bucato.

giornalini universitari
IN
Incredibile ma vero, Sisley ne azzecca una: linea davvero minimal per la nuova collezione primavera-estate. Ottima scelta quella di circoscrivere l’intervento creativo degli stilisti ai soli elementi essenziali. E poi io non avevo mai visto un manichino femminile nudo.

giornalini universitari
IN
Se ti stai chiedendo chi è questo ragazzo appena uscito da Grifoni in via Adua a Verona, devi sapere che in verità si tratta di Orlando Bloom appena uscita dal proprio albergo newyorkese in perfetto military style con boots invecchiati di Premiata e occhiale d’ordinanza, anche se probabilmente ci sono 5 gradi. Sotto lo zero. È lo star system, ragazzi.

giornalini universitari
IN
Direttamente da Parigi, una demoiselle ci mostra come il blu e il nero siano abbinabili eccome (alla faccia della convenzione) anche se non giocate nell’Inter: sopra gli fitted skinny jeans neri un cappotto blu elettrico con tanto di fascia nera in raso a mo’ di cintura. A completare il quadro, guanti neri lucidi fino al gomito e una deliziosa borsa marrone effetto vintage.

giornalini universitari
IN
Reinventa uno sports must, in maniera rigorosamente handmade: quando le Adidas stripes incontrano il gold glitter. Il risultato sarebbe glam rock. O Eldorado.