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Mods, rockers, hippies. E il tuo prof.

9 aprile, 2008

Torna la posta dei lettori su stili, tendenze e gossip più ricercata. Dalla polizia.

“L’altra volta hai parlato di revival. Pure la volta prima. Anche l’altra. Invece, a proposito di revival, che ci dici degli anni ’60?

Hai capito che non parlo proprio mai di revival. Tuttavia non mi dai molte coordinate e mica basta un articoletto per un’analisi modaiola nel decennio forse più creativo del Novecento. Ti propongo un calderone di must, per quanto possibile. Come premessa segniamoci questa: negli anni ’60 succede una cosa alquanto unica, la moda e il costume divengono un prodotto politico-culturale, arrivano le cosiddette “nuove generazioni” che devono differenziarsi dai modi delle generazioni precedenti, assumendo comportanti che contaminano ogni aspetto della vita, non da ultimo i codici vestiari. Tra l’Europa e l’America si vede davvero di tutto, nascono cose delle quali mica ci siamo sbarazzati, ma principalmente ricordiamo: i mod, figli dei fiori e/o hippies, i rockers, e tanti altri. Perchè prima di tutto, i Sessanta sono gli anni della rivoluzione pop, e nei Settanta pop era il mondo in cui si viveva.

I figli dei fiori erano assurdi, indossano stili disparati, portano i capelli lunghi, fanno esplodere i colori e li accoppiano senza alcuna logica, idem con i materiali (Mick Jagger indossa il vinile, se gli capita). hippies

Agli hippies piacciono le mise etniche, le bandane, le collane, le giacche in camoscio, i jeans a zampa. Spesso a loro aggrada anche il capello unto e il sudore in genere, tendenza che faccio notare resiste fino ad oggi.

Arriva la minigonna, per l’occorrenza tagliata fino al gluteo (tutta questione di comodità all’interno del concetto di “amore libero”). Sempre in quella zona, si portano gli hot pants, non più semplici shorts: mia nonna, con la tipica delicatezza che un’arzilla usa ad un nipote, mi disse che gli shorts erano corti, mentre con gli hot pants si rischiava di vedere la spirale. Il nonno apprezzava. Una delle linea guida dice: stretto, meglio se strettissimo. Tutto una taglia meno. Twiggy è il prototipo di donna magra, capelli corti, poco seno, slanciata, scarpe basse con tacco. Alla Edie Sedgwick, per intenderci.

Gonne e hot pants a parte, l’uomo non veste diversamente, la moda si fece più che mai unisex. Ricordiamo però il mocassino nelle tonalità del marrone caldo, i beatle boots in pelle (che spopolarono pure in Italia), Beatle Boots

le giacche fustagnate degli intellettuali, il blue jeans alla James Dean (retaggio anni ’50), anche questi strettissimi e a vita piuttosto bassa, perchè devono dare risalto al pacco. Altra novità dell’epoca, come sottolinea Andy Warhol in Popism, è la moda optical, le camicie a quadri, le gonne con disegni geometrici, magari a scacchi bianchi e neri.

I mod o modernists sono un capitolo a parte: prendono a modello il vestiario perfettino del collegiale americano, con giacche a tre bottoni, camicie sempre chiuse da cravatta, i revers stretti, mocassini o Clarks o brogues per i ragazzi (da noi dovrebbero essere più conosciute come trickers), all’occorrenza un gilet laminato con camicia a colletto tondo; scarpe senza tacco per le ragazze, poco truccate e con le gonne più lunghe. Nell’immaginario il mod inglese ha il taglio a caschetto, guida una vespa o una lambretta, ascolta Beatles e Who, guarda “Ready, Steady, Go!”, la polo con il maglione oppure quelle mitiche cravatte sottili. A volte fin troppo sottili, e quando si esagera, si esagera. Come soprabito indosserà per sempre il parka, non è dato sapere se ogni tanto lo lavi.

Ma è soprattutto la tensione verso un ideale di sobria eleganza e finezza estetica a distinguerli, in questo senso la moda dell’abito nero con cravattina nera e camicia bianca è decisamente mod. mod

Mod e rockers non si tenevano in grande considerazione. Anzi, all’occorrenza s’ammazzavano letteralmente. Se gli uni ascoltavano più i Beatles, gli altri ascoltavano più i Rollings Stones, ma il problema ovviamente andava ben al di là del gusto musicale. I rockers vengono prima, dagli States (in Inghilterra diventano teddy boys o teds), stanno sempre in nero come dei becchini, portano giubbotti borchiati, stivali, fazzoletto al collo. Immaginate tanti cloni di Marlon Brando ne Il Selvaggio. In caso, immaginate tanti cloni del “pellato” dei Village People, che va bene lo stesso. Ma occhio, non si tratta di emuli di Grease.

E tante, tante altre cose: aggiungiamoci le nascenti fissazioni futuristiche che producono abiti dall’appeal spaziale, moda surfer, moda yè-yè, abiti metallici a dischi di Paco Rabanne.

“Parlando di Università di Verona, te la senti di esprimerti sul look medio dei nostri docenti?”

Sì, me la sento: quale look?

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